Le latitudini nordafricane di Cagliari permettono molto raramente, alla neve, di arrivare sui tetti delle case, di imbiancare alberi e strade. Quando ero bambino, vivere così a sud – e per giunta in riva al mare – era un problema: avevo sempre sott’occhio un termometro, e spesso mi immedesimavo nella parte di apprendista meteorologo. Speravo nevicasse. Guardavo i movimenti delle nuvole, cercavo di capire la direzione dei venti, o il tasso di umidità: cose da bambini, certo, giustificate però da quella cultura popolare secondo la quale dieci gradi centigradi significano freddo, cinque significano gelo, zero significano “guai se esci di casa ché ti viene la polmonite”.
Crescendo ho capito che la meteorologia non faceva per me e che il concetto di freddo è soggettivo e, soprattutto, relativo. Nel mentre ho visto tanta neve, talmente tanta che è diventata una cosa normale e monotona. Quasi un problema.
Il discorso, se inteso come metafora, si può estendere facilmente a tutti gli aspetti della quotidianità della vita.
Più passa il tempo, e più mi rendo conto di essere stato fortunato: non solo di aver avuto modo di conoscere e sperimentare tante cose, ma soprattutto di essere stato in grado di coglierne le sfumature, le differenze, i particolari; di aver trovato un giusto equilibrio tra i vari estremi; di aver raccolto tanti elementi di ricchezza, che custodisco gelosamente.
Isolare il mio retroterra culturale non è stato semplice. Il proprio punto di vista, il proprio sistema di valori e credenze, è un ostacolo difficile da sormontare quando si valutano usi e costumi diversi da quelli d’origine: la tendenza è quella di inquadrare con la stessa lente realtà lontane e diverse tra loro. Ed è una tendenza sbagliata, che – se perpetuata – crea fraintendimenti, scontri, frustrazione.
Io credo di aver vinto la sfida con me stesso. Ho imparato a vivere la Svezia con occhi nuovi, ed a non usare la mia italianità (e sardità) come metro di giudizio della realtà svedese; ho imparato a cogliere i pregi di questo Paese, ed a considerarne i difetti come un invito al miglioramento; ho capito che la vera integrazione non consiste nel comportarsi – in modo forzato – “da svedese” né, tanto meno, nell’accentuare la propria nazionalità. E certo, il mio carattere mi ha dato una grossa mano in tutto questo: la Svezia è un habitat naturale per i miei silenzi e le mie solitudini, ma anche per i loro opposti; qui ho trovato la libertà dal pregiudizio, dal falso moralismo e dal bigottismo altrui; qui sto mettendo radici e qui cresceranno i miei figli, compagna permettendo.
P.S.: nonostante non badi più alla direzione delle nuvole e del vento, il termometro sott’occhio ce l’ho sempre: con dieci gradi esco tranquillo, con cinque metto guanti e sciarpa, con zero…”invidio” quei bimbi che giocano all’aria aperta senza problemi.

















