Almeno per noi, residenti da queste parti, oggi è l’ultimo giorno utile per votare all’ennesimo italico referendum. Per la prima volta in assoluto ho votato da casa: le schede mi sono arrivate con la posta ordinaria, e con lo stesso metodo le ho
rimandate al mittente. Debitamente votate con due no e un sì.
Le ultime elezioni Europee hanno dimostrato, ancora una volta, l’estrema debolezza del progetto bipartitico italiano: hanno guadagnato tutti, eccetto che i due partiti a vocazione maggioritaria. Sì, gli stessi due partiti nati con prospettive elettorali astronomiche, con promesse di governabilità e coesione interna, hanno cominciato a perdere consensi e simpatie. E siamo solo all’inizio.
La vittoria del “sì” ai primi due quesiti referendari, ovviamente quorum permettendo, complicherebbe in modo decisivo la situazione democratica italiana: ucciderebbe il pluralismo politico più di quanto sia già morto, darebbe il premio di maggioranza ad una lista piuttosto che ad una coalizione, e non ristabilirebbe in alcun caso il sistema delle preferenze. Una “Legge Acerbo” peggiorata, insomma. Dal vago retrogusto di “Legge Truffa”.
Il bipartitismo puro è un concetto lontano dalla cultura politica italiana. La frammentazione fa parte del DNA sociale e politico del nostro Paese: un DNA che dovrebbe essere rappresentato in Parlamento, specchio della società, e non escluso in modo forzato e con colpi di spugna di calibro maggioritario.
La democrazia stessa si nutre di frammentazione e di diversità di opinioni, e dovrebbe essere sempre lei – la democrazia – a filtrare nel modo più corretto i vari punti di vista, per giungere ad un pensiero condiviso più o meno ampiamente. Il problema italiano non è la frammentazione, ma l’assenza di una seria e corretta concertazione politica: ormai da tempo, a mio parere, si sta cercando di imporre una sorta di modello corporativo alla vita politica e sociale del Paese. Un modello fatto da una minoranza che decide, e da una maggioranza – abbagliata da una democrazia distorta – sottomessa alle decisioni della minoranza.
Il corporativismo applicato ad una società frammentata, eterogenea e diffidente di se stessa, non è affatto compatibile con un regime democratico: da questo punto di vista, la
lezione storica che viene dal Fascismo dovrebbe far ragionare. E come allora, anche oggi la classe politica più forte ha paura della democrazia.
I conflitti di idee, in un Paese civile, si devono risolvere con il dialogo e la partecipazione: i primi due quesiti referendari vanno contro questo principio, e mirano alla risoluzione delle problematiche attraverso l’esclusione fisica di chi, quelle problematiche, le potrebbe e dovrebbe rappresentare nelle sedi decisionali. Quando le varie singole voci non trovano possibilità di espressione, è facile che si trasformino in un coro disorganizzato e tumultuoso di rumori: uno dei rischi di lungo periodo che si corre in Italia è esattamente questo.
Il terzo quesito del referendum sembra un po’ più ragionevole: eliminare il sistema della cooptazione oligarchica sarebbe un piccolo passo in avanti, vista la dimensione patologica (per usare le parole del comitato promotore) che affligge per un terzo il Parlamento italiano.
Una nota di demerito a chi ha promosso ardentemente il referendum e poi ha deciso per il “no”, e a chi promuove l’astensione come scelta alternativa. L’astensione può essere uno strumento democratico in occasione di elezioni rappresentative, ma credo che sia un insulto alla democrazia in occasione di consultazioni popolari più dirette. Anche questa è paura della democrazia: arriveremo, prima o poi, ad un referendum per l’abolizione del referendum?











Yes we can
Io non vado a votare, come tutti i maggiori costituzionalisti consigliano è meglio l’astensione. E poi si sa, i nostro politici con i referendum ci giocano a carte… (per non dire altro…)
@ Raffrag: ma anche no, direi…
@ Stefania: ovviamente ogni scelta è legittima, e hai piena ragione riguardo al destino infausto dei nostri referendum…
Ovviamente se non si arriva al quorum sono felice anch’io, almeno per due terzi…ma non lamentiamoci più quando – in occasione di un eventuale referendum al quale teniamo – chi si astiene rende inutile anche il nostro voto.
Scherzavo, ovviamente. Ciao
Io invece andrò a votare: NO ai primi due quesiti, e SI al terzo e ultimo quesito.
@ Raffrag: sì, avevo capito il tono ironico :-)
@ Paolo Massa: siamo d’accordo allora :-)
Buona domenica e buon voto a tutti!
Mi trovi concorde. Purtroppo il nostro Dna prevede anche che chi non è d’accordo con la linea maggioritaria, invece di accettarla, se ne vada e fondi un nuovo partito (a sinistra).
Per questo sono favorevole allo sbarramento. La politica non è Facebook dove ognuno può fare un nuovo gruppo. Semplificare nella democrazia.
@ Maurice: certo, uno sbarramento minimo è condizione essenziale. E una dose di responsabilità in più (a sinistra) risolverebbe qualche problema…